martedì 20 giugno 2017

Era Bellissimo: Il Cile riparte da Barcellona



Ebbene sì. L'attesa è stata lunga, troppo, ma sono lieta di annunciarvi che è finalmente tornato Il Cile. E, siccome vuole bene alle sue fan italo-spagnole, l'ha fatto con un video girato a Barcellona. Così ho anche il pretesto giusto per parlarvene su questo blog. 





Il clip, uscito ieri, accompagna in immagini la melodia orecchiabile e il testo non banale di "Era bellissimo", primo singolo radiofonico incaricato di anticipare il disco di prossima uscita. Gli ingredienti che mi avevano fatta innamorare della sua musica ci sono tutti, di nuovo: la voce roca, la malinconia struggente, la capacità di evocare immagini vivide tramite accostamenti di parole. E seppure mi raggiungano in un periodo della mia vita sicuramente più felice di quando mettevo in loop "Siamo Morti a Vent'anni", c'è comunque un senso di conforto nel ritrovare le emozioni che mi hanno cambiato (e segnato, e migliorato) una parte di vita. 

Scrive Lorenzo (perchè certe frasi potrebbe partorirle solo lui): 

"Era bellissimo” è un addio consapevole a un amore importante, è la Waterloo di un progetto di vita adulta che avrebbe previsto una convivenza, un piano esistenziale comune. E’ una giostra impazzita di ricordi, talvolta dolorosi e altre volte curativi, è il freddo glaciale di scoprirsi adulti e soli, contro tutto e tutti, a camminare con le proprie gambe per le strade della stessa città in cui per quattro anni, con sacrifici, fatiche e sudore, avevo provato a costruire questo cammino di due mani unite e strette, di due corpi che respirassero all’unisono, di due anime pronte a difendersi dalle intemperie del quotidiano.



A dire il vero, prima di questo brano, Cilembrini ci aveva già regalato un altro piccolo antipasto del nuovo progetto. Di "La Fate Facile", uscito solo per il web, avevo apprezzato lo stacco musicale del ritornello e il coraggio di mettersi a nudo in modo così completo e viscerale; Tuttavia non mi aveva convinta, in parte forse per la difficoltà ad immedesimarmi in un vissuto così lontano dal mio, e molto per l'eccessiva vicinanza alle strutture e alle metriche del rap: un genere che personalmente non amo. 

E' ancora più bello, quindi, dare il bentornato - adesso sentito sul serio - ad un Cile molto più vicino alle mie corde. Un Cile che mi piacerebbe l'Italia riscoprisse una volta per tutte come cantautore, come identità a sè stante, e non solo come quel benedetto featuring in María Salvador. 



Anche se pure lì, in fondo, un po' di Spagna c'era. 











domenica 18 giugno 2017

Torera (con la o che diventa a)

L'arte, in tutte le sue forme, aiuta a vivere meglio. É questo che ho pensato ieri quando sono uscita dal Cervantes, oltre che ultimamente passo più tempo lì che a casa mia. Torera di Ursula Moreno mi ha lasciato addosso la soddisfazione euforica delle cose belle. Quelle che ti riempiono di brividi, stordendoti di commozioni trattenute mentre in platea parte la standing ovation. 

I volantini, per presentare lo spettacolo, avevano assemblato sfilze di concetti criptici. Parlavano di Eros e Tanatos. Dualismi. Totem. Sguardo femminile. 

Io, invece, lo definirei come una sorta di musical flamenco. Le melodie della chitarra, la voce discontinua del cante e - soprattutto - il ballo sono qui insieme pretesto e mezzo per raccontare una storia. Ed è un racconto in cui la mera narrazione dei fatti si alterna armonica all'evocazione delle sensazioni, come soltanto l'arte riesce a fare.  

Luci, scenari, costumi e coreografie si fondono per non lasciare niente al caso. Quello che creano, inscindibili e mai scisse, è la fusione perfetta tra teatro e tablao, tradizione e contaminazione,  classico e contemporaneo.  É pura Andalusia e, insieme, Pianeta intero. E in quella o cancellata dalla a c'é non soltanto il vero titolo, ma il riassunto supremo dello show. 




La trama é semplice. Una donna conosce l'amore spolverandogli le scarpe. Sono normali calzature da flamenco, come quelle che, sul palco, aspettavano la folla di ragazze che ballando scalze in mezzo al pubblico, hanno dato inizio alla funzione. Clamore di nacchere. Atmosfera festosa. Si fa conquistare, quella donna, in un gioco di bende che è certamente scherzo, ma anche un po' possesso e superiorità. 

Lui fa il torero. 
Lo vediamo poco dopo nell'arena, in una delle scene migliori, intento ad affrontare il toro incarnato dal magistrale Akim Santos: perfetto nel ricreare i movimenti dell'animale furioso - e poi ferito, e poi morente - tra ruote, acrobazie e passi di danza contemporanea. Quasi lo incorna. Posizioni congelate. La voce della cantaora, nascosta dietro ad un pannello, si palesa per la prima volta in un tragico "me apareció la muerte" mentre un solo fascio di luce illumina la ragazza del torero. In piedi tra gli spalti, un velo bianco in testa, sembra quasi la Madonna. L'attimo si scongela. Azione. Banderillas immaginarie. Ed é l'uomo a vincere, alla fine, i movimenti del capote alternati al zapateado. Il trionfo. La gioia. La felicità. 



Il torero e la ragazza si sposano di lì a poco, con tanto di cambio d'abito in scena. 




Durante la festa, il tempo si ferma di nuovo. Ed è lì che, in carezze silenziose allo sposo, la luce bianca ci svela le intenzioni di una delle amiche di lei.

Andranno a letto insieme, alla fine, in un amplesso ricostruito con i movimenti della bata de cola. La sposa li becca, nell'urlo disperato che il cante non lesina a sottolineare. 

Fine prima parte. E da lì tutto cambia, non solo nei vestiti. Da quel momento in poi la prima ballerina sarà sempre accompagnata, alle spalle, dalla figura del toro. Perchè lei, adesso, è il toro. Lo è in quanto bestia ferita, sconfitta, ingannata dall'uomo che ama. Ma lo è anche, forse, per la cieca furia che porta con sè. 



In un crescendo continuo, tra scontri e liti fatte di taconeo e braceo, le vicende precipitano verso il finale, che è poi l'altra delle scene che ho preferito. Il torero affronta il toro, di nuovo. Ma adesso l'arena non c'è. Adesso è solo un simbolo, un emblema, qualcosa che per questo è ancora più pericoloso. Il duello si consuma, per chiudere il cerchio, tra i ballerini vestiti con manti neri all'esterno e rossi all'interno, ad evocare il capote in un effetto coreografico ai limiti dello straordinario. 

Il toro sta per avere la meglio. Poi la donna, che osservava la scena dall'alto, gli si avvicina. Un solo colpo sulla spalla, e l'animale si ritrae. Lei restituisce al marito il fazzoletto con cui l'ha conquistata e lo guarda andarsene via affranto. Senza più tori. Senza più rancore.

Nella scena dopo la vediamo ballare da sola, felice, circondata dalle altre ballerine che sembrano indicarla come a dire "guardatela! Guardatela adesso". La cantaora mette in musica qualcosa che non capisco, ma che mi sembra voglia dire "ora respira". É una celebrazione delle donne, dell'indipendenza, della forza, della libertà. In definitiva, della o che diventa a

Che poi, magari, la mia interpretazione non è nemmeno giusta. Forse ho frainteso tutto. Forse non c'ho capito nulla. Ma il bello dell'arte, in fondo, è proprio questo: che ti lascia spiragli di apertura, buchi di irrazionale da riempire a tuo gusto con la tua visione del mondo, i tuoi sentimenti, e le tue prospettive.

Perciò se quel toro aveva un altro significato; se quelle parole me le sono immaginate; se era davvero soltanto una questione di tensioni contrastanti, Eros e Tanatos, visione femminile...beh, allora vi chiedo scusa tantissimo, ma non lo voglio sapere. Perchè Torera, io, l'ho fatto mio così. 

Perchè Torera mi ha fatto amare il flamenco ancora di più di quanto già lo amassi prima. 

E se mai vi capitasse di trovarlo in programmazione in un teatro vicino a voi, vi prego, fatevi il favore di andarlo a vedere. 


domenica 11 giugno 2017

Il ragazzo con i capelli blu.


Málaga, 28 Maggio 2017. 

Fuori dal Cervantes la gente è già in fila da ore. Ai fan di Dani Martín fare le file piace da morire, anche quando ci sono circa quattromila gradi all'ombra e i posti sono numerati. Alzo gli occhi al cielo, sbuffando malcelata insofferenza. Nella borsa ho un biglietto pagato troppo caro e decisamente troppo tempo fa. 

All'ingresso posteriore, Carmen si sbraccia per salutarci. Ha in mano un regalo per il cantante, una pizza di caramelle che adesso non sa a chi dare. Mi snocciola nomi che non associo a volti. Accenna a setlist che suppone che io conosca. E intanto, dietro di lei, le solite facce regolano il flusso delle solite persone al camerino. Chi rimane fuori brandisce  un amore giustificato da anni e oggetti, lamentandosi d'invidie che somigliano a odio. Sono paladini di ingiustizie formato retweet, come del resto sono stata anch'io. Perché "si è montato", perchè è "muy divo", perchè certe cose qui non cambiano mai. 

Non sono mai stata così indifferente a tutto, prima di un suo concerto. Lo dico e lo penso sul serio, gli occhi ancora persi tra i colori di Lagunillas, dove andare a cena dopo come unico problema concreto. Quanto sarà passato, quattro anni o quattro vite? Io vorrei soltanto andarmene da qui. 

La zona di Lagunillas, paradiso della Street Art a pochi metri dal Teatro Cervantes


Solo che poi, in teatro, il posto davanti al mio si rivela occupato da Naza. Due chiacchiere di rito. Il mio trasloco. "Ah, quindi sei tornata più o meno dalle parti in cui vivevi in Erasmus!", dice con tutta l'innocenza del mondo. Ma di colpo mi ricordo. Di quando uscivamo insieme, a parlare della passione che ci aveva unite attorno al tavolino di un bar. Nessun altro a parte lei sembrava capirla, ed era per questo che mi ci trovavo così bene. Naza, di colpo, è di nuovo la Naza con cui ero andata a vedere gli Efecto Mariposa alla prima Noche en Blanco. La Naza del Costa Pop e gli indirizzi sbagliati. Dello zucchero filato rosa - che chissà poi dove aveva preso - e dei passi di danza per strada mentre sfilavano le maschere del carnevale. Mi ricordo di quando mi aveva fatta entrare nell'hotel di Zaragoza con trentanove di febbre e un sogno da realizzare. Di quando aveva lasciato i sacchi a pelo sulle sedie dell'aeroporto di Barcellona perchè non stavano nel bagaglio a mano della Ryan Air.  "Tanto qualcuno ne farà buon uso!". Di quando giravamo i video al Parc Guell (tzan tzan) ricongiunte e perse mille volte dopo la sua paura di volare. Naza, che mi aveva chiamata per prima dopo il concerto di Roses nella sera speciale della mia despedida. Lei che gioiva con me, sempre. Che gioiva per me, come io facevo per lei. E le parlavo in italiano dopo una notte sull'asfalto di Madrid, per poi ridere assieme del mio perenne disagio bilingue. Cos'è successo dopo? Perchè abbiamo - perchè HO-  permesso che un'amicizia in musica andasse a puttane?

Il teatro Cervantes, all'interno


Comunque non importa, perchè adesso è ieri. É oggi. É sempre. E mentre le luci si suicidano nel buio un'assenza impaziente prende a tremarmi nel cuore. "Sono emozionata, Dio, sono emozionata!", continuo a ripetere a Céline, incapace di spiegare quello che provo davvero. Poi gli accordi de Las Ganas (almeno, credo sia Las Ganas) danno inizio ad un viaggio confuso tra gli ultimi undici anni della mia vita. Ci sono persone. Immagini. Protagonisti di attimi dimenticati. Lacrime che non riesco a piangere e risate che non riesco a ridere. Tutto in una voce che ancora sa di casa. 

Dani Martín al Teatro Cervantes di Málaga


E allora canto. E salto. E urlo con tutto il fiato che ho in gola. Mentre Una Foto En Blanco y Negro è ancora Trieste dai finestrini di un interregionale, Paris è l'overdose di un ritorno e l'anima si chiude dentro a un pugno ne La Suerte de Mi Vida. Ascolto Paloma e per la prima volta mi ritrovo nel testo. Rivedo nella mente il siparietto del bar di Por las venas. Associo Los Charcos ai diluvi di Málaga. E quando arriva la fine lascio tutti i polmoni su Cero. Perchè qui, in questo preciso istante,  voglio davvero che "Todo vuelva a empezar". 

O forse no. 

Dani Martín al Teatro Cervantes di Málaga


Quando raggiungo di nuovo l'uscita posteriore lo faccio, in fondo, solo per la curiosità dichiarata "di vedere se si ricorda di me". E nel profondo, irrazionalmente, spero di no. Perchè se Dani Martín non mi riconosce vuol dire che questo capitolo è ormai chiuso sul serio. Che questa serata è stata solo una parentesi. Che questo mondo non mi appartiene più. 

E così sopporto l'attesa, stordita da un afflusso di sensazioni contrastanti. Le orecchie fischiano la vicinanza con le casse. Céline mi parla di tutt'altro. Chiede il mio aiuto per organizzare un'intervista, credo; Ma, per quanto mi sforzi, adesso non la riesco a capire. Il numero di ragazzine isteriche attorno a noi, intanto, sta aumentando in modo preoccupante. Un piccione mi caga dritto in testa. "Mierda" - "Sì, eso es". Forse non è stata poi una buona idea. Ho appena finito di pulirmi con una catasta di fazzoletti di carta quando un branco di ormoni adolescenziali con le gambe inizia letteralmente a trascinarmi via con sè. 
Mi ritrovo sballottata tra la folla, in traiettorie non decise da me, mentre decine di smartphone si alzano all'unisono tra urletti a mille decibel in cui distinguo a malapena un "Dani". 

Lui quasi non lo vedo, finchè la sua mano scavalca le teste delle ragazzine per posarsi in una carezza sulla mia guancia sinistra. 
"Gracias, mi amor", dice semplicemente, guardandomi negli occhi. 

E gli anni non sono mai passati. 

"Cuánto tiempo!" è tutto quello che riesco a rispondere, prima che la folla mi trascini di nuovo via. Apro Twitter d'impulso. Digito in fretta un messaggio privato che visualizzerà di lì a poco. "Ha sido tan bonito como siempre", é tutto quello che scrivo. Perché non c'é bisogno d'altro. Perché é tutto lì. Nel sorriso ebete dei miei vent'anni. Nell'ovatta cerebrale che culla la mia euforia.

Così il mattino dopo, prima di cominciare a lavorare, sono di nuovo davanti ad un hotel. Lui esce di lì a pochi minuti, con la fretta di un AVE da prendere alla vicina stazione. 

Non mi saluta. Non lo saluto. Non parliamo. Semplicemente mi abbraccia, strettissima, tanto che quasi penso che in realtà mi voglia ammazzare. E per molte cose, forse, me lo meriterei. Semplicemente mi soffoca di mille baci sulla guancia, ché poi in fondo mica c'è altro da dire.

"Joder, è che ieri ti ho vista un secondo e sei sparita", esclama poi.
"Eh, c'era un casino".

Poi la foto di rito, ancora grazie, ancora scuse per un treno da prendere. 

"La foto di rito"

E se ci penso è assurdo che ci siamo scambiati in tutto meno di dieci parole e a me sia sembrata una conversazione lunghissima. Un dialogo che sapeva di bentornata, di rancori inutili e sepolti, di come il tempo passi e resti fermo insieme. Perchè certe cose, sì, è vero, non cambiano. Perchè le canzoni sono colla per ricordi. Perchè lui ora ha quarant'anni, si tinge i capelli di blu, indossa (sigh!) camice leopardate e fa le stories su Instagram con le orecchie di animali; Ma resta sempre l'autore della colonna sonora di una parte importante della mia vita. 

É che le vecchie passioni, forse, ti condannano per sempre. Anche quando le ignori. Anche se provi a dimenticarle, perchè credi che dimenticarle significhi crescere. E chi mai l'avrà detto, poi. 










giovedì 8 giugno 2017

Tutto quello che mi mancherà di Huelin.

Postilla in omaggio a un'era. 
Huelin, per chi non lo sapesse, è il quartiere di Málaga in cui vivevo prima di traslocare. Ed è assurdo che sembri già un secolo fa. 

TUTTO QUELLO CHE MI MANCHERÁ DI HUELIN: 







1. Aprire la finestra e vedere il mare. 

2. I pescatori sdentati che mi aiutano a cercare conchiglie per arredarmi casa. 
3. Le signore del tabaccaio che si preoccupano se ricarico la tessera del bus solo con dieci corse. "No será que te nos vas?!". Eh.
4. Il cameriere del Pretende che vuole imparare italiano mettendo la i alla fine di tutte le parole. I miei sforzi per spiegargli la differenza tra "Arrivederci", "Buona sera" e "buona serata". L'espresso come sfida. Le olive più buone del mondo. Le patatas bravas al estilo vintage. "Mi clienta favoritaaa", e poi sentirsele perchè stai col telefono a tavola. 
5. Gli avocado comprati al mercato. 
6. Gli hamburger con pomodoro e miele comprati al mercato. 
7. I gamberi comprati al mercato.
8. La puzza di pesce sulle mani quando metti via la spesa fatta al mercato. 
9. Insomma, dai, il mercato.
10. La gentilezza del fruttivendolo magrissimo vicino al SuperSol.
11. I cinesi che hanno tutto, tranne il senso dell'ordine. 
12. I cinesi che hanno il senso dell'ordine, ma non tutto. 
13. Le file kilometriche alla gelateria Inma (ma perchè non l'ho scoperta prima?!)
14. Il Chiringuito Casa José (eternamente grata, eternamente innamorata). 



15. Le mie passeggiate domenicali per il Paseo Marítimo, che inevitabilmente si trasformavano in trekking kilometrico. 
16. Il tizio della marisquería, ché non ho mai capito cosa fosse quel misterioso chupito azzurro analcolico. 
17. Arrrooooooooozzzz, Arrroooooooz. 
18. Gli ingorghi delle 14.
19. La messa della Domenica. Alzarsi dal letto e che ti cantino "Alleluia".
20. Ha llegado a esta localidad el camión del tapicero. 
21. I coccodrilli di Playa de la Misericordia.



22. Il Mercadona con la sua aria condizionata livello polo nord. 
23. Il tizio che elargisce striscette con profumi improponibili. 
24. II quiz al pub inglese
25. La difficoltà nell'ordinare un gin tonic al pub inglese. "Sì ma con che gin?". "Boh, un gin tonic." "Sì ma larios?" "Ok". "Ma rosé?". "Ma io..." "No, perchè è importante il gin, ne abbiamo millenovecentosessantavirgolasei varietà."
MACHENESOMADAMMENEUNOQUALUNQUEPERDIO.
26. Andare al corso di flamenco a piedi. 
27. Il Vicino Figo (Che poi mi hanno detto che figo non lo è neanche però oh. Permettetemi di dissentire).
28. La musica del Vicino Figo che mi regalava colonne sonore sempre valide mentre mi facevo la doccia. 
29. Le vicine internescional che ogni tanto citofonavano perchè qualcuna rimaneva chiusa fuori.
30. Il patio come megafono naturale che amplifica tutte le conversazioni del circondario.
31. La Térmica, col rastro notturno e gli azulejos che "vietato fotografare". 
32. La stradina con tutte quelle piante e la gente sempre seduta fuori. 
33. Il mercatino del Mercoledì coi vestiti flamenchi a 5 euro. 































34.Llévatelo Mari, llévatelo! 
35. Karana e i suoi vestiti bellissimi a poco prezzo. 
36. La tizia della papelería che "ma sono tutte tue queste carte d'imbarco che vieni sempre a stampare?" 
37. Il caffé viennese con quaranta gradi. 
38. "Tagliare per il parco".
39. Uscire due secondi per vedere il tramonto in spiaggia e poi tornare. Coi capelli spettinati. Con la sabbia nelle scarpe. Con la febbre in inverno. Però sempre, inevitabilmente, più felice. 





Ti devo una parte di quello che sono diventata, angolo d'inaspettato Paradiso. 




venerdì 2 giugno 2017

Ripartenza in Fucsia.

Tutto era di nuovo come l'avevo trovato, compreso quell'orribile quadro all'ingresso che proprio non capisco come qualcuno possa aver avuto il coraggio di comprare. Ultimo sguardo alle pareti bianche. Non fosse stato per i buchi di qualche chiodo piantato male nessuno avrebbe detto che abbiano contenuto così tanta, meravigliosa, vita. 

Grazie, ho borbottato sottovoce. 

Poi me ne sono andata di fretta, come di fretta qui succede tutto. Tanto per non lasciarmi il tempo di pensare. 

E così, due giorni dopo, eccomi qui, a scrivervi da una casa con i muri fucsia, finalmente riemersa da una lunga assenza forzata. La valigia gialla, nei suoi contrasti accesi, mi parla di Almodovar e Gazpacho. Donne sull'orlo di una crisi di nervi - e mai titolo fu più azzeccato- mentre fuori respira accaldato lo stereotipo più bello d'Andalusia.




Nuovo quartiere, nuovo appartamento, nuova stabilità. In dispensa ho messo, ancora intonsa, una bottiglia di vino per festeggiare. Perchè dovrei esserne contenta, no?

Invece gli occhi si stanno appena sgonfiando da un pianto lungo quarantott'ore. Uno di quelli spossanti, disperati, da film. Quelli che ti sembra di avere la febbre negli strascichi di brivido che ti lasciano dietro. E il mio telefono, bastardo, l'icona della casa la mette ancora su Huelin. 

Non è facile fare un trasloco da sola. Senza patente. Troppo orgogliosa - e sopravvalutata- per chiedere l'aiuto degli amici. Ho incastrato mille viaggi in autobus tra il lavoro, due visite, il turismo. Ho usato quasi ogni parte del mio corpo come supporto per un sacchetto o una valigia. Ho impietosito autisti e signori anziani. Infastidito donne a cui ostacolavo il passaggio. Distrutto - probabilmente per sempre - la mia schiena. 

Insomma, alla fine forse è vero che è normale. Forse i miei occhi, quando li imploravo di smettere, stavano solo lavandomi via la stanchezza. Le notti insonni. Le emozioni contrastanti di questo mio ultimo mese. 

Perchè vivere al piano terra vuol dire anche litigare con gli insetti. Affrontare la sfrontatezza degli andalusi che si piazzano davanti alla finestra, con le braccia conserte, e con tutta calma guardano all'interno. Ché questa è pur sempre la cultura delle porte spalancate anche di notte; di quelli che escono in strada in mutande a parlare con i vicini; dei perfetti sconosciuti che ti raccontano la loro vita. Uno pseudo comunismo in cui tutto è di tutti, compreso lo sguardo assonnato che regali al mondo mentre apri le persiane di prima mattina.  

Il fatto è che credevo di non farcela, a riadattarmi all'asfalto dopo il mare. Al rumore delle macchine al posto dei canti dei pappagalli che si insinuavano nei messaggi vocali che mandavo alle amiche. A un posto in cui, invece dei palos flamenchi, i tamarri di turno pompano in loop "me enamoré" di Shakira. E il vento dalla costa che turbinava nel patio resta un ricordo vago nell'aria calda e malsana soffiata dal tubo di scarico dell'1. 

Ma a quanto pare serviva solo tempo, insetticida e sonno. Perchè oggi, dopo una passeggiata per le vie del quartiere, ho già ritrovato di colpo tutti i motivi che mi avevano spinta ad affittare. Le stradine in salita, con il contorno di case coloniali "che un po' sembra San Francisco". La vicinanza dal centro. La tranquillità.

Me lo ricordo bene, quel giorno. Pioveva acqua e malinconia sul mio ombrellino nero.
Mentre cercavo il luogo dell'appuntamento ero passata per posti vicinissimi eppure mai visti prima. Avevo scelto di perdermi, come di tanto in tanto faccio, finendo con l'ammirare graffiti colorati. Balconi gravidi di fiori di ogni sorta. Dettagli arabeggianti del mercado de Salamanca. Misteri di cancelli mezzi aperti su patii deserti eppure mai grigi. Un negozio di abiti vintage con prezzi al kilo mi aveva fatto venir voglia di rifarmi il guardaroba. E poi, per caso, mi ero ritrovata in una di quelle stradine stupende che si vedono solo qui in Andalusia. Piena di fiori, piante, casette bianche coi dettagli azzurri. La stavo attraversando in piena estasi, quando d'improvviso è uscito il sole. Ho alzato gli occhi sul cartello. "Non ci credo!". La via era quella. E il suo nome, per me, aveva pure un significato speciale. 




Ho deciso che era lei ancora prima di entrarci. Per forza. Per i segni. Perchè doveva esserlo. Ed era così carina, con le pareti fucsia e lo spioncino a ricordarmi Friends. Ricordo che l'agente immobiliare, mentre pagavo l'acconto, diceva che potrei anch'io mettermi qualche pianta nell'ingresso. E allora ho iniziato a pensare ai girasoli. Ai fiori rosa delle piante rampicanti. Ai pallet da dipingere e poi utilizzare come porta vasi. Cercavo "arredi pareti fucsia" su Pinterest, mi entusiasmavo per le idee sempre nuove che mi venivano, non vedevo l'ora di renderla mia.

Un po' come adesso, finalmente, di nuovo. Anche se Huelin ha impresso un solco indelebile nella mia anima. E, se solo ci penso, il mio cuore perde un battito nel desiderio intenso di tornare là. 

Ma nel frattempo Bienvenida, Vida Fucsia! Che tu sia colorata e piena di sorrisi. Che mi dia infinite ragioni per aprire quel vino. Che tu valga la pena, e la valga davvero, come tutte le persone che appena le incontro mi stanno antipatiche, perchè in genere sono quelle di cui poi mi innamoro. 



martedì 9 maggio 2017

La mia top 5 dell'Eurovision Song Contest

Ok gente, sono ufficialmente entrata in clima Eurovision. Il che non vuol dire solo spettegolare sui vestiti ma anche monitorare i social di Gabbani con frequenza da stalking, guardare il red carpet in differita mentre ceno, emozionarmi come una bimba per le prove generali e - soprattutto - stilare una lista delle migliori canzoni. Nel giorno della prima semifinale, mentre la mia vena ultras è ormai del tutto fuori controllo (ho una bandiera nel cassetto, fossi in voi mi preoccuperei) queste sono ufficialmente le mie preferite: 

1. Italia

Perchè Francesco deve vincere, punto. Non è solo questione di pseudo-patriottismo: è che penso sinceramente, dopo averle ascoltate tutte, che la sua sia la miglior canzone in gara. La scenografia coloratissima vista alle prove è un valore aggiunto. 

Video ufficiale: 



Prove: 



2. Ucraina

Gli unici portavoce del rock all'Eurovision si meritano già di per sè tutto il mio supporto. Alle prove sono stati forse un po' penalizzati nella prima parte del brano, ma poi si sono ripresi alla grande. Devono molto (forse troppo) ai Muse, però sono pura adrenalina. Io già li amo alla follia. 

Video Ufficiale:


Prove: 



3. Cipro 

É il secondo anno di fila che Cipro si insinua nella mia top 5 eurovisiva: forse dovrei seriamente indagare un po' più a fondo nella cultura musicale del luogo. Ad ogni modo Gravity è orecchiabile e accattivante, con quel po' di sonorità etniche che non guasta mai. Medaglia di bronzo. 

Video Ufficiale: 



Prove: 





4. Azerbaijan 

Epica. A tratti mi ricorda vagamente la prima Elisa, quella della mia sempre venerata Labirinth. La messa in scena vista alle prove, però, secondo me è un po' troppo teatrale e può avere l'effetto opposto di penalizzarla. Un pezzo così non ha bisogno di orpelli e distrazioni. 

Video ufficiale:



Prove:

5. Francia

Uno di quei brani freschi, allegri ed orecchiabili che ti si insinua in testa e non ti molla più. Unico appunto: lei che era tanto ben vestita nel video ufficiale (nella mia pagella glamour su Euromusica le avevo dato addirittura 9!) si presenta alle prove con quel vestito improponibile. Cioè, porquoi? 

Video Ufficiale: 




Prove: 





Infine, concludo con due menzioni d'onore. La prima va alla mia Spagna, che ha obiettivamente una canzone bruttina, ma ti basta ascoltarla due volte per ritrovarti a canticchiarla per i quattro giorni successivi; e in fondo anche questo è un merito. La seconda all'Austria, non solo perchè il tizio è di origine triestina, ma anche perchè ha un sorriso contagioso che te lo rende subito simpatico (qui le sue prove). 

Buon Festival a tutti, e comunque vada Panta Rei. 

venerdì 5 maggio 2017

Feria de Abril Last Minute

"E se andassimo alla Feria di Siviglia?"


Inizia tutto così, nei corridoi di un centro commerciale. Attorno a noi, abiti flamenchi d'alta sartoria sono esposti come opere d'arte su piccole piattaforme disseminate qua e là.
Guardo Alice un po' interdetta. Voce incerta. Poi, senza voler pensarci oltre, dico sì.



Sono giorni strani. Giorni a mille. Giorni di rientri e di deadline. Di case da cercare, di tacchi battuti in mezzo a una tragedia greca. Di vento forte, pioggia, e poi di nuovo estate, all'improvviso. Perchè Málaga, se vuole, sa essere bipolare più di me. 

Mancano meno di quarantott'ore a quel viaggio improvvisato. E in fondo dovrei capirlo da subito che qualche danno lo combinerò. Invece torno a casa saltellando entusiasmo, mentre farnetico frasi sconnesse in un un messaggio vocale al mio supporto in loco.

Per tutta risposta, Nancy mi parla dell'amica di un'amica; Sì, chessò, forse una tizia francese in Erasmus. Le ha dato il numero di una signora che vende abiti flamenchi per un prezzo ridicolo. Dai 30 ai 60 euro l'uno, roba che neanche noleggiandoli pagheresti così poco. "Se la chiami" - dice - "Vedrai che ne ha ancora". Detto, fatto. Dopo avermi rimbalzata a un altro numero, la voce femminile al di là della cornetta mi dà appuntamento per Domenica ("Puntuale che ho da fare!") in un negozio che aprirà solo per noi. 

Sembra tutto facile. Tutto bellissimo. Non fosse che trovare un posto in cui dormire con così poco anticipo si rivela ben presto un'impresa titanica. Il giorno della vigilia, dopo aver consultato tutti i siti possibili e immaginabili, ho ormai quasi del tutto perso le speranze. In preda alla disperazione, con l'ansia aggiuntiva di dover consegnare un articolo entro un'ora, prenoto in un posto che si rivelerà poi essere un paesino senz'anime sperduto nel nulla. In montagna. In fondo ad una strada coi tornanti. A quasi 50 minuti dal centro città. 

Quando inizio a rendermi conto dell'immensità della cazzata, un messaggio della banca mi impedisce di annullare la prenotazione. Inutile dire che le mie compagne di avventura non mi affideranno mai più nessun compito che richieda maggiori responsabilità del disporre in modo grazioso i piatti di un ristorante per scattare una foto. Anzi, forse neanche quello, perchè effettivamente potrei romperne uno. 

Comunque, quel che fatto è fatto. Le autostrade del Sud, coi loro spazi sterminati e le distese verdi, sanno risvegliarti di inconsueta allegria anche se hai dormito quattro ore. Al posto degli autogrill ci sono le posadas dove una signora di poche parole e tanti lamenti ti serve café con leche e cibo casereccio intanto che passano la messa in tv. Attorno giusto due vecchietti. I bagni di azulejos. E i paesini bianchi, arroccati sulle colline, che scandiscono le tappe del percorso per ricordarti quanto ami l'Andalusia. 



All'appuntamento ci arriviamo con più di un' ora di ritardo, già pronte al pubblico linciaggio da parte della tipa dei vestiti. Ma è andalusa pure lei; e come tale ci accoglie con un sorriso che per quanto mi sforzi continuerà sempre a sembrarmi incredibile. "No pasa nada", ripete mentre ci chiede come sia andato il viaggio, prima di aprire le porte del mio Paradiso. 

Dentro è un'overdose di colori. Le pareti traboccano di abiti di ogni taglia e foggia. Un tripudio di volant, fiori e pois con cartellini del prezzo di sole due cifre. Ben presto il bagno adibito a camerino si riempie di quintali di stoffa e urletti di meraviglia. É tutto un viavai dagli appendini allo specchio, tra giubbotti lasciati in giro per la fretta di provare e scatti da mandare a parenti e fidanzati. 



Ad ogni uscita, le proprietarie del negozio ci circondano per completarci il look con gli accessori giusti. Ci danno consigli. Ci spiegano come portare il mantoncillo. E a me d'un tratto sembra di capire cosa provano le spose. Alla fine scelgo un abito sui toni dell'arancione e fucsia, strettissimo, che mi mette di fronte a problemi di cui le flamenche non parlano mai. Tipo: come diavolo fai a fare pipì nei bagni pubblici con un vestito del genere? Tirare sù la gonna è complicatissimo, e spogliarsi integralmente ogni volta non mi sembra una via percorribile. Poi, come puoi piegarti? E più importante di tutti: com'è possibile salire il gradino del bus con l'aggravante di un paio di bicchierini? Complicao. 



Però ne vale la pena. Oh, eccome. Di quel vestito mi innamoro a tal punto che quando mi propongono le scarpe coordinate a tre euro non ci penso sù due volte. Mi accorgo subito che il tallone batte sulla parte posteriore, ma decido che in certe circostanze un po' di sofferenza si possa tollerare.

Spoiler: mi sbaglio. Dopo 5 minuti mi ritroverò con i piedi ricoperti di vesciche. Dopo 10 sanguinerò. Alle dieci di sera dalle mie scarpe arancioni spunteranno quattro strati di fazzoletti bianchi piazzati ad hoc per ridurre l'attrito. All'una e mezza di notte mi stravaccherò in una caseta, scalza, a gorgogliare di piacere mentre lancio i tacchi a quindici centimetri di distanza sognando di non rivederli mai più. Alle quattro del mattino camminerò come una specie di pinguino zoppo sulle braci ardenti, con le lacrime agli occhi, valutando segretamente la possibilità di accasciarmi a dormire sul marciapiedi pur di non dover camminare più. 

Comunque, rewind. Sto per pagare il mio prezioso vestito quando una delle due proprietarie del negozio scopre del nostro sgangherato alloggio in montagna. "Siete pazze? Non c'è niente lì! É lontanissimo!". Prende talmente a cuore la nostra situazione che inizia a telefonare a mezzo mondo pur di trovarci una stanza in centro. Poi, siccome non ci riesce, spegne il telefono risoluta: "Niente, dormirete da me". Alice ed io ci guardiamo un po' incredule. Non abbiamo il coraggio di dirle che ci sarebbe una terza persona che arriverà in serata. E sono abbastanza sicura che entrambe, in questo preciso istante, abbiamo il dubbio di essere capitate in un film. 

Seguiamo la donna fino ad una casa stupenda su tre piani, dove ci sistema in un divano letto matrimoniale con tanto di terrazzino privato. Non contenta, ci aiuta persino a prepararci. E, quando Alice trova senza difficoltà un ostello in centro a Laura, penso che questo film abbia addirittura il lieto fine. 

La Feria, poi, è come me l'immaginavo. Il ritmo delle sevillanas risuona senza sosta ovunque, condannandoti a trascinartelo in testa per i quattro giorni successivi almeno. Rispetto a quella di Málaga le ragazze sono molto più fashion. La sensazione è che qui non basti vestirsi flamenca, ma si debba farlo seguendo le tendenze di stagione. Gli occhi, posati di striscio gli uni sui vestiti delle altre, sembrano parlare di approvazione e scarti, in una sorta di competizione taciuta per il miglior outfit da postare online.

Per quanto mi riguarda li passo in rassegna tutti, ammirata come se fossi ancora alle sfilate di Febbraio. Rispetto a quanto visto in passerella non è tanto il giallo il colore protagonista ma l'azzurro, con una netta predominanza delle stampe floreali. Naturalmente continuano ad andare alla grande anche i toni classici del bianco e del rosso, mentre chi vuole distinguersi punta spesso su volant e intarsi multicolor. 





Le poche donne in abiti civili indossano in più di un caso pantaloni a zampa d'elefante con le balze laterali, per portare comunque un po' di feria con sé. 

Mentre le carrozze passano e l'ennesima coppia volteggia nell'ultima pasada, respiro una Spagna che è adesso ed è passato insieme. Una Spagna che è sempre. Che vive con tutto il suo cuore e la sua anima la magnificenza unica delle sue tradizioni. E che io, anche per questo, sento di amare ogni giorno di più. 




Questo sì: al rebujito preferisco il cartojal. Ma suppongo che tutto non si possa avere.