venerdì 26 agosto 2016

C’era una volta Formentera. Poi, sono arrivati gli italiani


Ci tengo a riportare anche qui il pezzo che, pochi giorni fa, ho scritto per Total Free Magazine. Voleva essere il mero resoconto di un fatto di cronaca, ma ci sono notizie che ti scuotono più del dovuto. Archiviata un'obiettività impossibile, quella che ne è uscita è stata, alla fine, una riflessione amara e personalissima su come un certo tipo di turismo italiano abbia finito col trasformare Formentera. 
Mi piacerebbe davvero, se lo vorrete, leggere nei commenti anche la vostra opinione.

L'articolo originale lo trovate a questo link. 

































C’era una volta Formentera. Poi, sono arrivati gli italiani


Di Ilaria Dot


Potremmo definirla la fantomatica goccia che fa traboccare il vaso. O, più letteralmente, la fiammata che distrugge pazienza, convivenza e svariati ettari di Paradiso naturale. É una storia triste, quella che ha avuto luogo alla vigilia di Ferragosto sull’isola di Formentera. Parla di ricchezza, di arroganza; Punta l’accento su un turismo da rivista di gossip che negli anni ha finito col mutare nel profondo l’anima del luogo. 


I fatti sono ormai più o meno noti: Un italiano, a bordo di uno yacht, spara accidentalmente un razzo. La conseguenza si manifesta nell’arco di pochi minuti sotto forma di un incendio devastante nel suggestivo isolotto di Espalmador. Arrestato, il responsabile viene tenuto in custodia per poco più di un giorno per poi essere rilasciato su cauzione. Il suo avvocato accampa scuse che, secondo gli spagnoli, non reggono. Parla di un colpo partito inavvertitamente - giuriamo, non voleva - nel corso di un’esercitazione sulle misure di sicurezza a bordo. Perchè è risaputo, commenta sarcasticamente qualcuno, che le esercitazioni si fanno alle dieci di sera nel secondo giorno di navigazione. 



Foto: El País







Tant’è. L’incendio è stato spento. L’imbarcazione sequestrata. Tutto potrebbe essere archiviato come notizia riempi-pagina di un’estate qualsiasi, se non fosse che Formentera è Formentera. E dirlo significa, ahinoi, risvegliare nell’italiano medio tutto un immaginario di locali alla moda, vip mezzi nudi, veline, starlet e paparazzi. Tutti raccolti a svernare in quel piccolo lembo di terra che ora significa “guardatemi, fotografatemi, sono qualcuno anch’io”. 

L’abbiamo creata noi, questa distorsione. O, meglio, l’hanno creata le celebrities, con un tam tam di elogi che ha finito per tramutarsi in yacht extralusso e titoloni su Chi. Oggi gli italiani, sull’isola, rappresentano sia il 70% dei turisti che il 70% delle attività economiche presenti. Ovvero, essenzialmente, pizzerie, discoteche, bar all’ultimo grido, aperitivi ad elevato tasso alcolico e molto poco rispetto per la tradizione. Non c’è da stupirsi che i locali si ribellino. E anche se la notizia dell’insofferenza iberica è riportata molto più spesso sui media nostrani che sui loro (in Spagna si punta di più il dito sulla ricchezza, sull’inefficacia della giustizia e sulla bandiera slovena sventolata dall’imbarcazione) viene facile credere che un po’ di rabbia ci sia. Può essere più smorzata di quanto sostengono le testate italiane, ma quando si legge di persone arroganti, che girano ubriache in motorino e stanno tutto il tempo a urlare e cercare personaggi famosi beh… è impossibile non crederci. Non capire. Non vergognarsi, persino, della nazionalità riportata sul proprio passaporto. Io la ricordo, Formentera. Ci sono stata quando avevo sei o sette anni, in vacanza con i miei genitori. All’epoca era ancora solo una terra brulla, dalla vegetazione secca ed incolta, dove enormi distese di nulla rievocavano l’umanità nell’esclusiva forma dei muretti a secco malamente assemblati da qualcuno. Ricordo i mercatini degli hippie, con i grandi teli colorati in esposizione a basso costo. Le caprette. Le spiagge bianche e deserte di un silenzio quasi irreale. Quando ero tornata, innamorata di un’isola la cui forma indossavo nell’aspetto di un ciondolo appeso ad un bracciale, dicevo alle amichette delle elementari che ero stata a Formentera. Lo dicevo agli insegnanti, anche, come i miei genitori lo dicevano agli amici. La risposta era sempre una: “Form...doooove?”. In quella domanda, me ne accorgo ora, stava la sua salvezza. Il suo incanto. La pace immensa e paradisiaca che so di poter trovare adesso solo nei filmini in vhs dell’epoca. Un’epoca in cui, di fronte a Ibiza, non c’erano quasi hotel e tantomeno si parlava italiano. Quindi lo so, che vi sareste aspettati un articolo di cronaca. Che la soggettività non ha nulla a che fare (o almeno non dovrebbe) con una forma che si vorrebbe in qualche senso definire giornalistica. Solo che non ce la faccio, pensando alla mia infanzia, a non intristirmi di fronte a quello che Formentera è diventata. 

Ed è quasi un bene allora, se mi perdonate la provocazione, che quel mio connazionale l’abbia incendiata. Perchè almeno, adesso, sui giornali si parla del lato oscuro che quel turismo VIP e presunto tale ha portato con sè gettando un’ombra di colpa su noi tutti, nessuno escluso. Quando capisci il problema puoi provare a risolverlo: la mia speranza, oggi, è tutta qui.

mercoledì 24 agosto 2016

Terremoti, passato e pensieri.

Sono passate poco più di ventiquattr'ore da quando mi entusiasmavo per il nuovo progetto di Antigua Roma al Día. Ricordate? É quel geniale account spagnolo che si era meritato l'elogio dei media per la ricostruzione a mezzo Twitter delle Idi di Marzo. "Domani", diceva, "inizierà il finto live-tweeting della distruzione di Pompei". Io mi complimentavo. Gioivo di aspettative. Ridevo, persino, dell'inizio brillante della vigilia, con la foto del Vesuvio al tramonto e il commento "tutto tranquillo per ora". É di questo che avrei voluto parlarvi, oggi, sul blog.

Ma poi stamattina, accendendo il cellulare, le immagini dei detriti di Amatrice mi hanno colpito la retina come un pugno sferrato con guanti d'acciaio. Davanti agli occhi, sullo schermo, l'hashtag #PrayForItaly sembrava svuotarmi da dentro di una famigliarità che mai m'era sembrata così vicina. Ovunque, messaggi di persone spaventate, annunci che invitavano a donare il sangue, numeri da chiamare per informazioni. Secoli dopo Pompei, nella stessa giornata, la distruzione di una città mi è parsa tutto tranne che qualcosa che avrei voluto seguire. 



Certo, non è colpa di quel giovane archeologo spagnolo, se i tweet in cui ricostruiva il crollo degli edifici e gli ammassi di detriti sui tetti si accordavano in modo sin troppo appropriato alla stringente attualità. Il suo progetto rimane geniale, ben fatto, e degno di tutta la mia stima.

É solo che, nell'accostamento di presente e passato, d'improvviso tutto é sembrato ricordarmi come basti un istante a stravolgerti la vita. Un secondo, un rumore, un crollo. E tutte le preoccupazioni che ti tengono sveglio la notte si fanno piccolissime nella loro idiozia. Un attimo, e tutto il peso delle cose rimandate o non fatte diventa troppo grande da poterlo sostenere. 

Oggi, leggendo del terremoto nel Centro Italia, sono stata scossa dai brividi. E parlo di brividi veri, di quelli che ti fanno chiedere "Perché Dio?", se esiste un Dio. Perché proprio di notte, quando siamo più vulnerabili? Perchè i bambini, da là sotto, devono essere estratti senza vita dopo lo strazio intollerabile dell'ultimo barlume di speranza a cui si aggrappano i genitori? Poi sarò banale, melodrammatica, resa ipersensibile dagli ormoni pre-ciclo, che in fondo è la scusa biologica per tutto. Eppure gli occhi, mentre ci penso, sono umidi di nuovo. Eppure l'angoscia, mentre questa mattina passavo in rassegna l'elenco mentale delle mie conoscenze che abitano nei dintorni, era tanto reale da sembrarmi fisica. 


Amatrice prima e dopo il terremoto


Vorrei solo che per una volta non ci fossero polemiche. Battute sarcastiche. Smanie di protagonismo idiote. Vorrei che gli unici messaggi da leggere fossero quelli di solidarietà e di aiuto. E che quest'anno la smettesse, una volta per tutte, di portare dolore. 



mercoledì 17 agosto 2016

Volver: La playlist del ritorno.

In calle Larios c'era un enorme pannello con la locandina di Volver. Era parte di quella scenografia tronfia di orgoglio patrio che rendeva ancora più bella la città durante il festival del cinema spagnolo. Impresa non da poco, considerato quanto ai miei occhi fosse già perfetta senza ghirigoro alcuno. Era una primavera sgargiante, quella del 2009. Tappeti rossi, sole intenso, urla per l'arrivo di Banderas. Passeggiavo lì accanto col sorriso sicuro dei padroni di casa. Poi, mi sono fermata. Era cosa giusta e necessaria, in quel momento, farsi fotografare lì, accanto alla foto di Penelope  Cruz. Il mio look sembrava una brutta copia del suo, nel giorno in cui rossetto rosso e fiore in testa avevano iniziato a rendere la mia trasformazione anche esteriore. Indossandoli, avevo scelto per la prima volta di dire "guardatemi!". Non sono perfetta ma sono felice. Ballo per strada senza curarmi di quello che pensate, socializzo con gli sconosciuti, mi mangio le S quando parlo in castigliano. Gli ultimi tre mesi dell'Erasmus servivano, anche nei dettagli, a dire a tutti che ero ormai andalusa. 




Sette anni dopo, ascoltando il brano portante della colonna sonora di quello stesso film, mi sono venuti i brividi. Non avevo mai fatto sufficientemente caso al testo, prima d'ora. O - se è per quello - neanche al fatto che Estrella Morente era la voce del pezzo che avevo danzato al primo saggio di flamenco della mia vita. Eppure Volver, adesso, sembra scritta per me. Per questo momento. Per questo ritorno. Per cucire con un filo rosso quella giornata di Aprile a questo Agosto un po' ansioso e ribadire che sì, è quello che devo fare. 

Quella canzone è ora anche la seconda traccia della playlist che ho dedicato al mio prossimo rientro a Málaga. Una collana musicale di ricordi, immagini e sensazioni che ho studiato quasi come un "concept album" dei miei stessi viaggi mentali. 







[Track 1] Bebe- Me fui. 

Si apre là dove il capitolo precedente si era concluso, in uno sbocciare di Luglio sferzato dal vento del Terral. Inizia con le valige sparse nei corridoi in penombra di un appartamento vuoto. L'eco dei miei sospiri, e la promessa che già allora facevo alla città. Me fui, pa volver de nuevo. 

[Track 3] Chambao - Duende del Sur 

Continua con la voce de La Mari, il giorno che davanti al Guadalmedina prosciugato sembrò fermare il momento esatto in cui capii di essermi fusa davvero con l'anima della sua (e ora anche mia) Málaga.

[Track 4] Astor Piazzolla - Vuelvo al Sur

Poi la pelle che si increspa, l'estate scorsa, ad un live struggente sulla spiaggia di Grado. Le parole di Piazzolla, riformulate da un timbro femminile, mi parlano di un Sud diverso da quello che intendeva lui, eppure stranamente uguale. Ora lo riconosco, è il mio. Quello dei vecchietti che ti accompagnano di persona al posto per cui chiedi indicazioni. Quello delle persone che ti sorridono per strada. Dei "no pasa nada". Della vita lenta e grata che sembra modellarsi sulle tue necessità. Te quiero, Sur. 


[Track 5] Fun - Why am I the one

Mi sentivo stranamente in comunione con il mio Paese, una delle ultime volte in cui ho preso un volo per Málaga. I concerti dei cantanti italiani. Il sentirsi a mio agio nell'ambiente che mi circonda. "For once, for once, for once, I get the feeling that I'm right where I belong", cantavano i fun. Perché devo sempre fare le valige?, mi chiedevo assieme a loro. Ma poi sono atterrata in quella landa umida che é l'aeroporto Picasso, e l'ho capito una volta di più. "I'll move back down, to this western town..." 

[Track 6] Conchita - Puede ser

Il giorno in cui ho preso la decisione di rifarlo in modo definitivo, nella mia testa suonava Conchita. Può essere che mi sia sbagliata tante volte, mi rassicurava, ma sento che questa volta tutto andrà bene. "Dicono che quando si chiude una porta se ne apra un'altra più grande, più bella e più facile di ieri. E credo che questa volta invece di una porta ci sia una portafinestra solida, forte e con la vista sul mare".  Quel brano è ancora la mia personale iniezione di ottimismo a cui mi aggrappo ogni volta che sento strisciare un dubbio al confine tra due pensieri.

[Track 7] Nena Daconte - Tenía Tanto que Darte 

Una litania che ti si insinua nel cervello, un testo sempliciotto, la voce quasi infantile di lei:  "Tenía tanto que darte" aveva tutti gli ingredienti per consolidarsi a tormentone dell'anno, quando i Nena Daconte suonarono infinite volte, a tarda notte, al festival Costa Pop. Avevo conquistato la prima fila, dal vivo mi delusero, ma restarono incollati a quel momento in cui con Marta e Naza celebravamo la musica, l'amicizia e - insieme-  il diritto di essere frivole e felici. 


[Track 8] Green Day - Wake me up when September ends 

Ogni tanto, quando le cose si fanno difficili e la mia voglia di combattere più accesa, prego solo che il tempo acceleri e mi consegni al momento in cui trascinerò le mie valige pesanti incontro all'auto di Grace fuori dalla porta degli arrivi. "Mentre la mia memoria si riposa, ma non dimentica mai cos'ho perduto, svegliatemi quando finisce Settembre"

[Track 9] Fito y Fitipaldis - La casa por el tejado 

E poi le colonne sonore indiscusse del mio Erasmus, quelle che più di tutte si sono legate a immagini concrete. Tipo un ragazzo che suona la batteria oltre le finestre di un appartamento ai piani alti, o me che torno dal centro in cui si insegna spagnolo agli stranieri col blocchetto pieno di interviste e l'animo arricchito di volti e storie. Imparando a costruire la casa dal tetto. Perdendo giorno dopo giorno "el miedo a quedar como un idiota". 

[Track 10] Melendi - Un violinista en tu tejado 


... O l'elettricista che improvvisa magheggi con le spine del computer pur di adattarlo alle spine. Calle Victoria. Il tipo figo che lavora da Telefonica. Un mundo nuevo. E quella canzone ovunque, in sottofondo, ossessiva come il peggiore dei mantra, malinconica abbastanza da farne un vero e proprio inno personale.

[Track 11] Negrita - Notte Mediterranea

Quasi come la Notte Mediterranea che ascoltavo con il mocio alla mano nelle Domeniche di pulizia; Quella che vivevo seduta su di un asciugamano sulla sabbia della Malagueta nelle notti in cui sprecavo desideri alcolici facendoli bruciare lenti nei falò di San Juan.

[Track 12] Efecto Mariposa - Por quererte

E la Noche en Blanco sulle scale dell'auditorium del Paseo del Parque, con gli Efecto Mariposa a intonare melodie pop come antefatto dei gossip sulla vita da groupie. L'inizio di un dolore rarefatto che implicava nella gioia il dover presto andarsene via.

[Track 13] Enrique Iglesias - Bailando 

Una delle ultime ferias a cui io sia stata, la versione più flamenca di una città che fuori dalle casetas del real mi sembrava creata per far ballare di colori il cuore.

[Track 14] Pink- So What?

E quando, ancora giovane, facevo l'alba tra Liceo, Skopas e Velvet le note di Pink erano una sfida al futuro che mi sentivo in grado di vincere. Voglio credere che sarà così anche questa volta. Perchè, cavolo, I'm still a rock star, I got my rock moves and I don't need you tonight. 

Quella playlist, ovviamente, andrà completata nel tempo. Nel frattempo, se vi va, potete ascoltarla qui.  Più sotto, invece, c'è la traduzione del brano che le dà il nome. Lo stesso che si legge alle mie spalle in quella foto del 2009: Volver.







Indovino il barlume delle luci 

che da lontano segnano il mio ritorno


Sono le stesse che illuminarono 

con il loro pallido riflesso 
ore piene di dolore 

E anche se non ho voluto il rientro

Sempre si torna 
dal primo amore. 

La vecchia strada 

dove l'eco disse
"Tua è la sua vita, 
Tuo è il suo amore"

Sotto lo sguardo burlone delle stelle
che con indifferenza
oggi mi vedono tornare

Tornare
con la fronte avvizzita
la neve del tempo 
ha imbiancato le mie tempie


Sentire  
Che è un soffio la vita, 

che vent'anni non sono niente
che febbrile lo sguardo 

vagante nell'ombra
ti cerca e dice il tuo nome


Vivere
Con l'anima aggrappata 

A un dolce ricordo 
che piango di nuovo 


Ho paura dell'incontro
con il passato che torna

ad affrontare la mia vita 

Ho paura delle notti
che affollate di ricordi 
incatenano il mio sogno

Ma il viaggiatore che fugge 

Prima o poi 
ferma il suo cammino

E anche se l'oblio 

che tutto distrugge 
ha ucciso la mia vecchia passione

Conservo nascosta una speranza umile
Che è tutta la fortuna del mio cuore. 




sabato 13 agosto 2016

La fase dei tori.

Mi sveglio di soprassalto, il cuore a mille all'ora. Dietro allo strato sottile del lenzuolo rosso, staccare le immagini dalla testa vuol dire incollarle all'oscurità. Fuori è un silenzio surrealmente completo. Giusto una civetta, in lontananza, fischia il suo lamento alla notte. L'ascolto per qualche istante, mentre il pensiero fa in fretta a prender forma: ci risiamo. Questa è, di nuovo, la fase dei tori.

É che il mio subconscio, se si tratta di paure, diventa banale da far schifo. Un'accozzaglia di stereotipi, di nudità in pubblico, di impossibilità di urlare, persino di spari sulle tempie mentre l'impotenza del non fatto ti scorre davanti insieme alla vita. Così, dalla vigilia del mio Erasmus, partire per la Spagna significa essere inseguita dai tori. 





Non ci vuole Freud per capire che quei bestioni sono molto più di una ferma condanna alle corride. Sono tutte le mie ansie, invece. Nere, pelose e pronte ad incornarmi nei tonfi di vuoto al cuore a cui nei dormiveglia non so più rinunciare. L'orologio, e sarà quello, fa tic tac. 

Il punto è che di giorno sembra tutto più facile. Sotto il sole di un Agosto senz'afa, trasferirsi a Málaga è inseguire un sogno affacciata a una finestra vista mare. Mi sento coraggiosa, determinata, pronta a rispondere con frasi ormai precotte ad ogni singolo "cosa farai là?". Poi però, il sole inizia la sua lenta discesa. Le voci attorno si diradano. E prima di dormire, sola con me stessa, i punti di domanda m'impiccano al sudore. 

Devo nasconderli. Far finta di niente. Perchè, se appena mostro agli altri quella debolezza, ci sarà qualcuno pronto a dirmi "non partire". E col cazzo, scusate il termine. Col cazzo che rinuncio proprio ora! Per tranquillizzarmi, ripenso a com'era nel duemilaotto. Anche allora c'erano i tori - anzi, ce n'erano di più. C'erano valige troppo grandi e comunque troppo piene. C'erano lacrime su un volo aereo. C'era tutta la solennità e l'angoscia del non sapere, mentre mi chiedevo anche allora se non fossi del tutto impazzita. Mi torna in mente - e chissà perchè, poi - il momento esatto in cui, nel patio di Via D'Azeglio, mi sono voltata per l'ultima volta in direzione dell'aula in cui facevamo lezione. Ho guardato con lei persone, edifici e passato sfocarsi davanti agli occhi e intuito in qualche modo che quando li avrei rivisti non sarebbero stati uguali. O, meglio, che non lo sarei stata io. Poi ho ruotato l'orizzonte con la testa. E, seduta su una panchina, ho cercato di calmarmi prima di incontrare Daniela.

Quell'angoscia, nel duemilaotto, si è rivelata la necessaria premessa al periodo migliore di tutta la mia vita. Non vuol dire (ricordo anche questo) che sia stato facile. Ci sono stati litigi in corridoio, nostalgie di casa nel periodo di Natale, ricerche dell'appartamento perfetto che, con la prenotazione in ostello in fase di scadenza, sembravano destinate al fallimento più totale. Mi mancavano la mozzarella, gli amici, i panini fatti in casa da mia madre. Ma nonostante questo, e in mezzo a questo, ho riscoperto tra tutte la mia me migliore.

Non c'è motivo, adesso, per pensare che stavolta sarà diverso. Quello che so è che ogni grande cambiamento esige la sua dose di paura, e non posso pensare - a quasi trendadue anni - di crogiolarmi ancora a lungo nella routine del paesello in cui sono nata. Sotto il tetto dei miei genitori. Nell'unico scenario che tra tante possibilità avevo scartato dal principio. So che devo andare, provare, ritrovarmi. Solo che adesso è giorno, dirlo è facile.

Di notte - Dio, Cilembrini, quant'avevi ragione! - "c'è poco da ridere". Di notte salta fuori che, a differenza del duemilaotto, sarò sola. Sull'aereo, certo, ma anche mentre affronto tutto questo. Non c'è un "gruppo di eletti" che ha scelto il mio stesso destino negli incontri pre-partenza in Università. Nessuno che possa condividere, a portata di telefono o al di là della strada, tutta la profonda attesa - ed impazienza, e ansia, e stress - del passo che compirò tra un mese.

Di notte, sotto il sottile strato del mio lenzuolo rosso, i pensieri si accartocciano nelle forme più strane. Mi proiettano davanti il momento esatto in cui dovrò destreggiarmi tra le visite degli appartamenti, il wifi per continuare a lavorare nel frattempo, le sveglie all'alba per conciliare le due cose, il cellulare con il numero spagnolo, le file alla comisaría general per il NIE, il conto a La Caixa per pagare le bollette, il curriculum da tradurre, le spedizioni all'IKEA, le troppe cose da comprare.

E poi ci sono i dettagli stupidi. Tipo i libri in italiano che dovrò ordinare con Amazon. La settima stagione di The Good Wife che, con doppiaggio spagnolo, non mi piace mica. La mia gatta che fa le fusa quando viene a svegliarmi al mattino. X Factor 10. I concerti di Cremonini. 

La civetta fischia, fuori, ed io mi rendo conto di essere stupida. Calmati, Ilaria, dannazione. Tu appartieni a Málaga, Málaga appartiene a te. Il sole sorgerà, e tutto sarà di nuovo facile.

Nel frattempo dovrai soltanto correre, e fuggire ancora una volta ai tori. 



giovedì 11 agosto 2016

Canzoni in GIF: una vez más

Le canzoni in GIF non sono una novità per questo blog: come forse ricorderete, avevo già fatto qualche esperimento del genere ai tempi dell'Eurofestival. Più di recente, però, è stato David Otero ad ispirarmi. Su Twitter, aveva preso ad associare versi del suo singolo "una vez más" alle immagini in movimento facilmente reperibili sulla piattaforma. Ricordo di aver pensato che l'atmosfera spensierata del brano, unita ad un'orecchiabilità quasi ossessiva, ci si prestasse particolarmente bene. Così, ho deciso di completare l'opera dell'ex-Pescao (e dei suoi prontissimi fan) ricostruendo in GIF l'intero testo del brano.

"Ce n'era bisogno?", chiederete voi.  Assolutamente no. É una trovata intelligente? Niente affatto. Però, oh: è estate, un po' di leggerezza non fa male e per qualche strana ragione io mi sono divertita. La canzone, se ancora non la conosceste (molto male!) potete ascoltarla qui.


No puedo, no puedo, no puedo besarte no

Non posso, non posso, non posso baciarti no










No quiero, no quiero, no quiero besarte no
Non voglio, non voglio, non voglio baciarti no














No debo, no debo, no debo besarte no
Non devo, non devo, non devo baciarti no















Pero no veo otra opción
Ma non vedo alternative















Me has dejado malherido
Mi hai lasciato ferito












Y tengo tu voz y tus ojos dentro mío
E ho la tua voce e i tuoi occhi dentro di me





















Vamos a vernos solo una vez más, una vez más
Vediamoci solo un'altra volta, un'altra volta














Una vez más o dos
Un'altra volta o due 














Sólo quiero una vez más, una vez más o dos
Voglio solo un'altra volta, un'altra volta o due 




















Non posso, non posso, non posso aspettarti no









































No quiero, no quiero, no quiero, no quiero quedarme no
Non voglio, non voglio, non voglio restare no











No debo, no debo, no debo besarte no
Non devo, non devo, non devo baciarti no



Pero no veo otra opción
Ma non vedo alternative












Me has dejado, mal herido
Mi hai lasciato ferito...












Vamos a vernos sólo una vez más, una vez más, una vez más o dos
Vediamoci solo un'altra volta, un'altra volta o due












Sólo quiero una vez más, una vez más, una vez más o dos
Voglio solo un'altra volta, un'altra volta o due


Questa notte c'é una festa


Uscirò con gli occhiali addosso 



Questa notte c'è una festa 






















Ti giuro non mi scappi! 




La prossima canzone in GIF? David ha già dato uno spunto. 


lunedì 8 agosto 2016

6 motivi per seguire il fondatore di Periscope su Periscope

Sono giunta alla conclusione che i fondatori delle varie piattaforme social sono anche quelli che le usano meglio (e grazie tante, direte voi). Per questo, alla luce di tale illuminata consapevolezza, Kayvon Beykpour è stato uno dei primi utenti che ho seguito su Periscope. Mi è stato simpatico da quando l'ho sentito dire una roba del tipo che il suo sogno era inventare il teletrasporto. L'avrebbe creata per questo, la app di livestreaming che oggi è proprietà di Twitter: perchè vedere il mondo con gli occhi di qualcun altro non era, in fondo, che un modo alternativo per riuscirci.

Vero è che il suo nome non sarò mai in grado di pronunciarlo - o anche solo scriverlo senza doverlo copiaincollare da Google, se è per quello - ma i suoi broadcast, peraltro frequenti, riescono sempre a distrarmi da altre occupazioni più utili. 


Se pensate che i motivi abbiano a che fare con qualcosa di noioso legato alla tecnologia, siete completamente fuori strada. Ve lo dimostro elencandovi sei motivi per cui secondo me dovreste seguirlo anche voi, indipendentemente da quanto siete geek. 


1. Vi porta in giro per San Francisco, in bici...

.. o a piedi, a volte con tanto di siparietti inattesi tipo i suoi che intervengono nei commenti per chiedergli cosa abbia mangiato per cena. 



2. Va in posti fighi

3. A fare cose fighe 



4. Con gente figa




5. Vi fa entrare nelle zone più off limits della sede generale di Twitter a San Francisco.








6. Vi distrae mentre state lavorando con trasmissioni intitolate "c'è un coyote!". E vorrete mica non mollare tutto per guardare un coyote, no?!? Insomma, è un coyote!




sabato 6 agosto 2016

Vivir es fácil con los ojos cerrados.

L'altro giorno ho finalmente visto "La vita è facile ad occhi chiusi". "Vivir es fácil con los ojos cerrados", se come me preferite il titolo in spagnolo. E' stata un'altra specie di grosso traguardo, dato che la mia attrazione nei confronti di quei film risale a quella che dev'essere almeno un'era geologica fa.



Comunque. Tutto quello che ho da dire, a cose fatte, è che le mie aspettative non sono state deluse. Anzi. L'opera di Trueba si è meritata dal primo all'ultimo tutti i Goya che ha vinto. Bella di una bellezza semplice, di quelle da qualche parte, nel profondo, ti confortano cullandoti in una sorta di speranzosa serenità. L'unica controindicazione è che m'è rimasta incollata in testa "Strawberry Fields Forever" dei Beatles per almeno 48 ore di fila. Ma, se non altro, è una stupenda canzone.

La trama, tratta da una storia vera, parla di un professore di inglese ossessionato dai Fab Four. Nella Spagna franchista degli anni '60, il suo peculiare metodo educativo consiste nell'insegnare la lingua attraverso i testi del quartetto di Liverpool. Quando scopre che John Lennon sta girando un film ad Almeria, non può certo farsi sfuggire l'occasione. Mosso esclusivamente dal sogno di incontrarlo, parte per un viaggio on the road attraverso i paesaggi brulli e deserti del passato iberico, intrecciando la sua vita a quella di due giovani autostoppisti: una ragazza madre incinta (fatto intollerabile, all'epoca) e un ragazzo ribelle che cerca la sua libertà lontano dalle mura domestiche e da un padre un po' troppo severo.




Tra avventure, risate e dialoghi ben studiati, i tre vivono un'avventura di quelle che ti segnano per sempre. Non vi dirò, naturalmente, come va a finire, ma vi dirò che vale la pena guardarlo: vi farà riflettere ancora una volta su quanta forza abbiano i sogni e su quanto la musica possa davvero influire sull'esistenza delle persone.

C'è una specie di monologo che il protagonista, completamente sbronzo, recita ad un certo punto del lungometraggio. "Ci sono canzoni che ti salvano la vita", dice, "sapere che c’è qualcuno prima di te che ha provato ciò che stai provando in quel preciso momento non ti fa sentire più solo". Mi ha toccato al punto che avrei voluto registrarlo, applaudirlo, urlare allo schermo che "hai ragione!". 

E poi come non far cenno, in questo blog, alla storia tutta italo-spagnola de "Il Catalano", con la sua lei in bilico tra due Paesi e l'ossessione per Claudia Cardinale...!

Ve lo consiglio, insomma, davvero tanto. 

Tra l'altro, cercare il trailer da allegare a questo post mi ha permesso di scoprire una versione che non conoscevo di quello che è- quando si dice il caso - anche il brano dei Beatles che amo di più. L'hanno realizzata i Fabulosos Cadillacs, band argentina,  ri-arrangiandolo completamente in chiave reggae. Vi capisco se l'idea vi sembra bizzarra e fuori luogo, eppure"Strawberry Fields Forever" in Spanglish sa essere affascinante in un modo tutto suo. Datele una chance.