lunedì 12 ottobre 2015

Riemergere da un weekend nel Día de la Hispanidad.


Da certi weekend capita anche che ci riemergi. A fatica, come se sgambettassi dai fondali più profondi, con migliaia di ricordi a zavorrarti i piedi. Non è piacevole. Ci stavi bene, sott'acqua. O, fuor di metafora, nel caldo del tuo letto, la mattina di un Lunedì che arriva troppo in fretta. Ti piomba addosso, col ronzio del tosaerba a dividerti in due la fase Rem. Prima della sveglia. Prima della comprensione. 

L'aria, suppongo. Qualcosa di simile. In cucina un paio di biscotti al cocco, un messaggio vocale sul cellulare. E sei più stanca di quanto tu ricordi di essere mai stata. Dovrebbe essere previsto un weekend per riprendersi dai weekend. Dovrebbe essere almeno proibito che sfocino in un cielo grigio. Covi pensieri funesti. Tipo che il tuo ideale di vita dovrebbe essere sposare un milionario e farti mantenere. O collaudare materassi, che ne so. Ti viene in mente che oggi è il Día de La Hispanidad. Per qualche motivo, lo trovi di buon auspicio. Prima, però, fatemi dormire. 

E poi, sotto la doccia, é tutto un ritornare. Sono immagini sconnesse. Foto in auto-proiezione. Ci sono le pareti colorate del bar in cui hai presentato il libro. La foto di Hemingway sopra la tua testa. L'installazione con le meduse di quel nuovo negozietto di design che inauguravano a Trieste. 




Ci sono i nuovi jeans di Desigual, comprati sfidando la bora a 130, col sacchetto che ti fa da vela. "I hope you know how beautiful you are", c'è scritto all'interno. La cena per due persone vinta al Casinó - io che non vinco quasi mai niente. I budini della Cameo gratis davanti al tramonto più bello di sempre. Un pullman costato 2 euro. Enrique Iglesias sparato a manetta. Rebecca che ti dice "io quasi quasi mi trasferisco". Renzo e Lucia che, più che Twitter, userebbero Whatsapp. C'é una ragazza del Venezuela che ti dice di non aver mai visto tanto talento come in Italia. "Sí, peccato che non ci diano spazio per esprimerlo", ribattevi in modo quasi meccanico. E lei insisteva che no, che sono tutte balle. "Siete voi stessi a frenarvi, perchè siete troppo legati a quello che la gente potrebbe dire o pensare". Dio solo sa quanto avesse ragione. E poi un altro sorso. E poi vorresti visitare il Guatemala. 









É che certi weekend ti lasciano una traccia dentro. Lo capisci il giorno dopo, ripercorrendo quelle stesse strade. Un bicchiere ancora rotto sotto il tavolino di un bar assume di colpo lo sguardo schifato di una donna. "Ragazzi, state un po' attenti, eh!". "Ci scusi, glielo ripaghiamo". Qualcuno che strabuzza gli occhi. L'ennesimo selfie. Un sottofondo di tunz-tunz. L'angolo di un edificio un po' malandato echeggia le voci di tre ragazze che confabulano. Il palco, sconquassato dal vento forte, è tutto un clang clang di disperazione. Eppure ti sembra di vederlo ancora illuminato dai riflettori, nel momento in cui scrutavi l'orizzonte preoccupata, e tartassavi Rebecca di squilli perchè "ora inizia" e non la vedevi tornare. Poco più in là, pieni e vuoti di risate e birre, felicità e lievi tensioni, segni zodiacali e musica. Ascoltata, detta, e da ascoltare. La musica che crea e disfa i miei universi. E a cui - proprio per questo - non saprei rinunciare. 

Chè alla fine è andata come avrei voluto. E non importa se il concerto de Il Cile aveva scaletta ridotta. Se faceva troppo freddo. Se non è stato forse il mio preferito tra i suoi. Quello che importa è che ha concluso un tour sintetizzando tutto quello che per me ha significato: nuove conoscenze. Notti insonni. Dialoghi al buio e sorrisi appena sveglia. Umanità, nel bene e nel male. Amicizia. E in quella, un male, non c'è mai. 



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